Il bestiario come “genere letterario” trovò un efficace strumento di diffusione nelle lingue volgari, quando esse assursero a un sufficiente grado di dignità letteraria. Fra le lingue romanze, come sempre, fu il francese ad avere il primato: proprio nella lingua d’oïl – sia nelle sue varianti continentali, sia nella variante parlata in Inghilterra (l’anglonormanno) – furono infatti composti i primi bestiari neolatini.
Il più antico fra questi testi risale a un periodo compreso fra il 1121 e il 1135 ed è attribuibile a Philippe de Thaün, autore che certamente visse, e forse persino nacque, in Inghilterra, originario però di una famiglia proveniente dalla Normandia (Thaün è antica grafia per Thaon, cittadina non distante da Caen). Esponente a pieno titolo di quella cultura che si usa chiamare “anglonormanna” (cioè relativa all’Inghilterra che, in conseguenza della vittoria di Guglielmo il Conquistatore ad Hastings nel 1066, si trovava controllata da regnanti di origine francese, e più precisamente normanna), Philippe fu in contatto con la corte reale, tanto da dedicare proprio il Bestiaire alla regina Aliz (o Adeliza) de Louvain, moglie, dal 1121, del re Enrico I d’Inghilterra, il quale morì nel 1135 (ed ecco spiegata la ragione degli estremi cronologici poco sopra indicati per la datazione dell’opera). Si osservi, di passaggio, che Aliz giocò un ruolo di rilievo nello sviluppo della letteratura anglonormanna: fu lei a commissionare a un non meglio identificato chierico di nome Benedeit il Voyage de Saint Brendan (traduzione in versi della Navigatio Sancti Brendani, un testo agiografico latino legato alla tradizione celtica degli immrama ‘viaggi per mare’) e sempre lei è citata dallo storico Geffrei Gaimar nell’Estoire des Engleis (prima opera cronachistica in lingua volgare) come committente di libri di contenuto storiografico.
A Philippe de Thaün sono ascrivibili, oltre che il bestiario di cui si dirà subito, anche altre opere in lingua volgare: un calendario ecclesiastico in versi (il Comput), una traduzione di un testo profetico attribuito alla Sibilla Tiburtina da un’antica tradizione (il Livre de Sibile) e due lapidari in distici di octosyllabes.
Il Bestiaire di Philippe è una rielaborazione piuttosto libera, in couplets di versi esasillabici, della versione cosiddetta B-Is del Fisiologo latino, cui si aggiunge, nella parte finale, una sezione in distici di ottosillabi dedicata alla descrizione delle pietre: proprio il diverso metro impiegato nel lapidario che chiude l’opera (per cui l’autore impiegò come fonte il trattato De universo di Rabano Mauro) ha indotto gli studiosi a ritenere che questa parte dell’opera sia stata aggiunta dall’autore in epoca posteriore a quella della redazione della prima parte del bestiario. Considerata nella sua forma definitiva, la struttura del Bestiaire risponde al “piano dell’opera” annunciato nel prologo – in prosa latina – che l’autore premette ai versi in lingua volgare. Qui si dichiara la volontà di dedicare l’opera alla regina Aliz (con parole del tutto simili a quelle che si troveranno ai vv. 5-24) e si espone la suddivisione del testo in tre sezioni: la prima dedicata alle bestie, la seconda agli uccelli e la terza alle pietre. Tale progressione trova la sua ragione in una chiave di lettura allegorica in base alla quale le bestie – subordinate agli istinti – sono inferiori agli uccelli – capaci di librarsi al di sopra dei fatti terreni – e a loro volta inferiori rispetto alle pietre, per loro natura immobili (ossia immutabili, e in ciò simili a Dio e agli abitanti del cielo). Una simile sistemazione della materia si rispecchia necessariamente nelle simbologie offerte al lettore in ciascuna delle tre sezioni appena ricordate: nella prima (vv. 25-1959) gli animali possono rappresentare con la loro natura sia il diavolo, sia l’uomo, sia Cristo; nella seconda, dedicata agli uccelli (vv. 1960-2841), si illustra la natura di creature che possono essere solo simboli dell’uomo o di Cristo; nella terza (vv. 2842-3196), dedicata alle pietre, si riportano esclusivamente simboli cristologici. Si tratta di un’organizzazione originale dei contenuti dell’opera, probabilmente da ascriversi proprio a Philippe.
La tradizione manoscritta del Bestiaire è costituita da tre testimoni, di cui solo uno è completo (Londra, British Library, Cotton Nero A. V [= L]; gli altri due sono: Oxford, Merton College Library, ms. 249 [= O] e Copenaghen, Kongelige biblioteket, GKS 3466 8° [= C]). Le edizioni critiche, come è facile aspettarsi, si fondano sul testo del ms. L: va comunque osservato che i mss. O e C, in alcuni luoghi, presentano versi assenti nel ms. L, probabilmente da ascriversi ai copisti e non all’autore (in alcune edizioni tali versi probabilmente spuri sono comunque stampati per il loro valore storico-culturale, e distinti da quelli sicuramente attribuibili a Philippe attraverso espedienti tipografici: ad esempio, possono essere posti fra parentesi quadre).
È interessante notare come, analogamente a quanto accade nella tradizione del Fisiologo, il testo del Bestiaire circolasse accompagnato da immagini: i manoscritti restituiscono, sotto questo aspetto, un quadro variegato. Il ms. C ha un ciclo di miniature di buona fattura, il ms. O presenta dei disegni a penna con pochi tocchi di colore, il ms. L presenta invece spazi bianchi in corrispondenza dei punti che avrebbero dovuto ospitare delle raffigurazioni mai eseguite. Per comprendere le modalità attraverso cui i cicli figurativi venivano realizzati, può essere utile osservare le didascalie in latino che segnalavano non solo il punto in cui inserire le decorazioni, ma anche le indicazioni per realizzare il soggetto: queste si sono conservate nei mss. C e O, dove, forse per distrazione, sono state copiate senza alcuno stacco all’interno del testo francese: ad esempio, al f. 7va del ms. O, incastonato fra i vv. 1796 e 1797 del Bestiaire, si legge: «Vulpis hic pingitur et quomodo aves decipit» (‘Qui si dipinga una volpe e il modo in cui inganna gli uccelli’).
Con il titolo di Bestiaires devins, riportato da diversi testimoni manoscritti e adottato convenzionalmente nelle edizioni moderne, ci si riferisce a una versione antico-francese in distici ottosillabici del Fisiologo latino nella versione B-Is. L’autore, che fu attivo in Inghilterra, si presenta come Guillaume (v. 8) e si qualifica come clerc (cioè clericus), specificando di essere nato in Normandia (vv. 34-35); alcune allusioni a personaggi e fatti politici contenute nel prologo e precisate nel prosieguo del testo (vv. 2707-2736) consentono di datare la composizione dell’opera attorno al 1210.
Il Bestiaires devins segue piuttosto fedelmente, nella struttura, la propria fonte, tuttavia la amplia, anche significativamente, per quanto riguarda le letture allegoriche della nature degli animali descritti. Nel suo nucleo (vv. 1-3426) l’opera comprende 34 sezioni dedicate ad altrettante bestie, cui segue, in chiusura, una sezione dedicata alla descrizione del diamante e delle sue simbologie; l’opera prosegue con due appendici che contengono riflessioni moralistiche. La tradizione manoscritta è piuttosto vasta: sono 22 i testimoni noti, di cui 10 riconducibili all’aera insulare: fra questi, quello che fornisce la base dell’edizione critica generalmente presa a riferimento è conservato alla British Library di Londra, ms. Egerton 613 (ai ff. 31r-58v) ed è illustrato con pregevoli disegni a penna e inchiostro.
Un solo manoscritto, databile alla seconda metà del Duecento (Londra, British Library, Add MS 28260, ff. 84r-10ov), conserva il Bestiaire di Gervaise, che nella sua opera, dopo aver riportato il proprio nome, riferisce di essere un chierico – probabilmente già anziano al momento della redazione del testo, se è lecito interpretare in tal senso i vv. 29-31, in cui egli afferma di non poter camminare senza l’ausilio di un bastone – legato all’abbazia cistercense di Barbery, in Normandia. È qui, infatti, che secondo quanto l’autore riferisce era custodito il libro oggetto della sua traduzione in distici di ottosillabi: la fonte dell’opera è in questo caso individuata nei cosiddetti Dicta Chrysostomi, un testo falsamente attribuito a Giovanni Crisostomo (padre della Chiesa orientale, vissuto fra IV e V secolo), ma in realtà redatto, probabilmente attorno all’XI secolo, riorganizzando in 27 capitoli materiali desunti dalla versione B del Fisiologo latino. La composizione del Bestiaire dovrebbe risalire all’inizio del XIII secolo.
Sulla vita di Pierre de Beauvais non si sa molto: fu un chierico la cui attività va collocata plausibilmente intorno al primo ventennio del XIII secolo e che ebbe rapporti con l’aristocrazia piccarda: proprio a vantaggio dei membri delle classi nobiliari, Pierre svolse un’importante opera di traduzione e adattamento di testi latini di varia natura (agiografie, cronache, descrizioni del mondo) in lingua francese.
Del Bestiaire, traduzione della versione B-Is del Fisiologo latino, si conservano due versioni, una “breve” e una “lunga”. Dalle informazioni che si possono desumere dal testo, sembra possibile delimitare il periodo della composizione della versione “breve” – la più antica, composta da 38 capitoli – fra il 1180 e il 1206 (ma forse è possibile estendere l’estremo fino al 1218). Occorre sottolineare che il Bestiaire di Pierre, al contrario di tutte le versioni precedenti, è in prosa e non in versi: una scelta stilistica ponderata e rivendicata dall’autore, il quale nel prologo espone un certo scetticismo sulla capacità della poesia di rendere fedelmente la verità (del testo di partenza e forse non solo); Pierre afferma infatti che «la poesia si compone di parole raccolte senza badare alla verità» e che per questo è preferibile rinunciare alla rima, anche in accordo con la fisionomia originaria del testo che sta traducendo. Di questa versione restano quattro testimoni manoscritti, il più completo e affidabile dei quali è conservato a Parigi, Bibliothèque nationale de France, nouvelles acquisitions françaises, 13521 (ff. 22r-30v, con miniature).
La versione “lunga” del Bestiaire consta di 72 capitoli e comprende tutti i 38 di quella “breve”, seppure disposti in ordine diverso, cui se ne aggiungono altri desunti da varie fonti, prevalentemente in lingua volgare. Fra tali fonti si registrano anche l’Image du monde di Gossouin de Metz e il Bestiaire d’amours di Richard de Fournival, di cui si parlerà a breve: questo, assieme ad altre considerazioni stilistiche che hanno a che fare con l’atteggiamento poco fedele mostrato verso le nuove fonti, porta a credere che la redazione di cui si parla non sia effettivamente opera di Pierre de Beauvais, per quanto a lui attribuita dalla tradizione. L’Image du monde risale infatti al 1246 e il Bestiaire d’amours è databile attorno al 1250: accertato che tali opere vengono impiegate come modelli nella versione “lunga” del Bestiaire, bisogna concludere che quest’ultima sia stata composta perlomeno trent’anni dopo la redazione “breve” e ciò rende difficile attribuirla a uno scrittore la cui opera nel suo complesso è racchiusa entro il primo ventennio del Duecento. È più probabile, dunque, che la versione lunga sia opera di un anonimo compilatore che, lavorando a un’amplificazione del Bestiaire di Pierre de Beauvais, ha inteso assicurare autorevolezza al proprio testo ascrivendolo a un nome già autorevole.
Richard de Fournival nacque ad Amiens nel 1201, figlio del medico del re di Francia Filippo Augusto (il quale regnò dal 1180 al 1223); studiò a Parigi medicina e poi seguì la carriera religiosa diventando nel 1246 cancelliere della Chiesa di Amiens: in questa città morì, probabilmente nel 1260. Richard fu una notevole figura di erudito, versato in molte discipline, come dimostra il fatto che raccolse nella sua biblioteca ben 162 volumi (computo attestato dal catalogo dei propri libri che egli stesso redasse). Alla sua ricca produzione appartengono, fra l’altro, 21 liriche amorose e due trattati cortesi: il Consaus d’amours (ispirato al De amore di Andrea Cappellano) e il Commens d’amours (un manuale di seduzione costruito impiegando esempi tratti da fonti classiche e romanze).
Come appare chiaro dall’intitolazione, anche il bestiario di Richard va posto in contatto con questa linea “cortese”: nel trattato, infatti, la simbologia animale non è impiegata per rappresentare verità di fede o per illustrare norme morali, ma viene usata per illustrare i temi e i riti dell’amour courtois. Rispetto al modello ideale costituito dai bestiari cristiani, comunque, non cambia l’impostazione in base alla quale di ciascun animale viene prima presentata la natura che viene poi interpretata allegoricamente: è proprio nell’interpretazione che si realizza lo scarto che rende l’opera profondamente originale, dal momento che gli animali, nelle loro interazioni con l’uomo e nei loro comportamenti, sono messi in collegamento con i principali “personaggi” – il poeta e la donna amata – di quel “teatro” che è lo spazio cortese, per illustrarne aspetti e motivi topici (ad esempio, il grillo che si perde nel proprio canto fino a dimenticare persino di nutrirsi, fino a morire, è assimilato al poeta stesso). Altro aspetto innovativo è costituito dalla veste epistolare di cui è ammantato il trattato: Richard, infatti, scrive il suo testo come se fosse una lettera da inviare alla donna amata nella speranza – vana – di conquistarne l’amore attraverso la forza probante delle allegorie animali dispiegate (e in quattro manoscritti il trattato è seguito da una Response attribuita, almeno nella finzione letteraria, alla mano della destinataria, nella quale ogni argomentazione del Bestiaire è puntualmente, ed ironicamente, capovolta).
Vista l’originalità dell’opera e la generale brevità delle descrizioni delle nature degli animali, non è facile individuare con precisione le fonti cui attinse Richard de Fournival nel suo lavoro: è certo che nella sua biblioteca vi fosse un manoscritto della Naturalis historia di Plinio, così come è probabile che l’autore si sia servito delle Etimologie di Isidoro di Siviglia e di una versione del Fisiologo latino; non è neppure da escludere che Richard possa aver conosciuto testi romanzi come il bestiario di Philippe de Thaön di cui si è detto sopra.
La fortuna del Bestiaire d’amours fu ampia, come testimonia l’alto numero di codici che conservano l’opera (sono 23 quelli completi, cui va aggiunto qualche frammento); fin dalla sua composizione l’opera doveva essere corredata di immagini in dialogo con il testo, secondo un progetto ideato dallo stesso Richard e diversi testimoni sono in effetti dotati di cicli illustrativi.